
Quando avevo 9 anni mio fratello Filippo mi chiamò nello studio di casa, sembrava teso, senza tanti preamboli mi disse “Anna, sono gay”, io perplessa la guardai e risposi “Ma perché mi dici questa cosa?”, lui mi disse “Perché credo sia giusto che tu lo venga a sapere da me”, io con tutta l’innocenza del mondo gli dissi “Io lo sapevo già”, stizzito mi guardò e ribatte “Chi te lo ha detto?!” e io ridendo gli risposi “Filippo, hai più profumi della mamma, per me era scontato”.
Il rapporto con mio fratello è sempre stato basato sul dialogo aperto, empatico ma schietto. Quello che riporto di seguito è una chiacchierata intima, un piccolo assaggio di questa relazione familiare che mi porto dietro da tutta la vita.
Quando hai capito di essere gay?
“Io credo di averlo sempre saputo, quando avevo 5 anni ho avuto la mia prima cotta, mi piaceva un bambino al parco giochi, per me era tutto molto normale ma non sapevo dare un nome alla cosa, mi mancava il concetto. Il mio cartone preferito era La Sirenetta proprio perché io mi sentivo parte di un mondo che non era il mio. Ho chiesto più volte alla mamma come avesse fatto a non capire che io fossi gay e lei mi ha sempre risposto che pensava io fossi solo un bambino eclettico.
Alle medie mi insultarono dandomi del frocio e io, perplesso, chiesi cosa volesse dire e mi risposero che significava che mi piacevano i maschi: lì ho avuto una rivelazione, per me non aveva un connotato negativo, mi avevano fornito la definizione di qualcosa che io sapevo già. Mi ricordo che quel giorno tornai a casa per prendere la bicicletta e andai dai nonni perché loro avevano il computer e Internet (parliamo del 1996), e ricercai su Altavista frocio Modena perché avevo bisogno di trovare dei miei simili. Questo è stato il mio rendermi conto di me stesso.”
Come hai continuato questa ricerca di persone negli anni ’90 senza i social?
All’epoca esisteva il protocollo MIRC, in cui c’era la stanza “Gay Modena” ma per mantenerla aperta ci doveva sempre essere qualcuno connesso e per questo dall’università di Modena una persona restava sempre nella chat per tenerla attiva, nessuno aveva foto profilo, ci si scambiava solo il nome. Oppure la gente usava ancora il fermo posta per conoscersi, in pratica si rispondeva agli annunci sui giornali e si scambiavano cartoline o lettere con persone per tutta Italia, ma erano tutti adulti e quando dicevo di avere 14 anni chiaramente tutti mi chiudevano la chat oppure non mi rispondevano più alle lettere. A 16 anni inizia a frequentare il battuage dietro al Cialdini, i battuage sono luoghi di incontro omosessuale legati spesso anche alla prostituzione, quindi non proprio un posto sicuro per un ragazzino. Di notte prendevo la mia bici e andavo a conoscere altre persone omosessuali in mezzo alle macchine, tanto vivendo in mansarda potevo uscire di nascosto dai nostri genitori. Lì conobbi Andrea, il mio primo fidanzatino.
In casa come vivevi questa tua scoperta di te stesso?
In casa non vivevo questa cosa, non potevo parlare della mia sessualità. Tuttora ho delle forme di omofobia interiorizzata da cui non riesco ad evincermi, per esempio non riesco a ballare in discoteca: quando avevo 4 anni ballavo guardando Non è la Rai e venni preso a ciabattate dal papà perché, a detta sua, gli uomini non sculettano e se sculettavi eri finocchio. Decisi di fare coming out a 16 anni per evitare che mi cacciassero di casa. Nostro padre all’epoca non lo accettava, paragonava la mia omosessualità alla pedofilia, mentre la mamma non faceva altro che piangere. Oltre a mandarmi dal terapeuta, volevano anche farmi fare delle terapie riparative. Non volevano che lo dicessi a voi fratelli, pensavano che voi foste piccoli e che non dovevate entrare in contatto con questo genere di cose, c’era una visione molto più perbenista cattolica. Secondo me avevano paura che dicendovelo rendessi la situazione ancora più reale. Questo dimostra il fatto che, anche se sei una persona adulta, non significa che tu sia in grado a gestire certe situazioni. Io non so fino a che punto i miei genitori abbiano fatto determinate cose anche perché non sapevano come gestirmi.”