Laureato in disegno industriale al Politecnico di Torino e tecnico riparatore di professione, Diomede non pensa le lavatrici come semplici elettrodomestici, ma oggetti simbolici che racchiudono ricordi d’infanzia.

Come comincia la tua storia?
Sin da piccolino ero ammaliato da come la mamma, la zia o le nonne facessero il bucato.
Non avevo persone con cui condividere tutto questo, così iniziai a costruirmi un mio mondo.
Nel 2006 creai il blog Viva la lavatrice, tramite cui conobbi inaspettatamente tante altre persone che condividevano la mia passione.
Per i millennial internet significò scoprire di non essere più soli nelle proprie passioni.
Esatto. Il web è stato il pilastro portante della nostra comunità di lavatricisti: ci ha permesso di ampliare la nostra rete.
Ora siamo un’immensa famiglia e come tale abbiamo anche una nostra tradizione: il washing.
Si tratta di un evento di 3 giorni in cui un gruppo di appassionati si ritrova in una location, la washouse, dove si trovano anche 25 lavatrici tutte allacciate in fila.
Come si svolgono questi eventi?
La prima sera si fa un aperitivo di benvenuto e gli altri due giorni si fanno dei lavaggi continui, facciamo anche dei tabelloni su cui teniamo il punteggio delle macchine fatte da ognuno.
Come mai per te la lavatrice ha tutto questo fascino?
La storia di questo elettrodomestico si intreccia sia all’evoluzione dello status sociale della donna, da massaia che viveva in cucina, dove erano poste le prime lavatrici, a lavoratrice, ma anche alla disposizione degli spazi nella casa, infatti questo oggetto si sposta nel bagno quando al posto delle vasche si sostituiscono le docce.
… Sembra avere anche una valenza biografica
Io ho una teoria, la teoria delle figure parentali: la passione per il collezionismo nasce perché viene proiettata sull’oggetto proprio la figura che è mancata.

Senz’altro questa “missione”, se così possiamo dire, ha un lato anche molto pratico, oltre che comuniatrio: oggetti che finirebbero in discarica, risorgono a nuova vita.
Esattamente. Nell’agosto del 2007, per la stesura della tesi di laurea, restaurai la mia prima lavatrice, una Ignis Superautomatica GL (K563), simile al modello che cercavo io e che aveva mia zia quando ero piccolo (Ignis Multiprogram Bio), trovata su eBay, e capii che rappresentava la sostenibilità del futuro: aveva già cicli brevi, era fatta con dei materiali pazzeschi perché era programmata per durare e non per l’obsolescenza.

Si potrebbe dire che c’è un attenzione alla sostenibilità
Per me era chiaro che la cultura dell’utilizzo è cambiata col tempo: le nostre nonne avevano comprato una lavatrice e con quella erano morte, mentre le loro nipoti ne cambiano una ogni due anni, chi ha inquinato di più?
La classe A non esiste, è solo un espediente normativo: la sostenibilità non sta nell’oggetto ma sta nel nostro atteggiamento verso quell’oggetto.