Arrivati ormai a maggio, le pozzanghere in cantiere iniziavano a far posto alla polvere, ero in cantiere da poco più di quattro mesi, verso la fine dei lavori dell’hotel, le camere prendevano forma e i falegnami iniziavano a montare arredi. Negli spogliatoi c’erano sempre meno carpentieri e sempre più posatori, imbianchini e tecnici di impianti.

Dalla finestra della baracca di cantiere, col capocantiere
e il direttore dei lavori osservavo il disegno dei bagni del ristorante che dovevamo iniziare come da programma.

Con una matita il capocantiere mi indicava il tracciato degli scarichi da posare dalla vasca fino ai nuovi bagni che erano ancora poco più di uno stanzone in terra battuta scavata
e qualche tubo.

«Qui e qui passano le braghe dei cessi, poi si diramano uno verso il bagno degli uomini e uno verso quello delle donne, chiaro?»

Prendo il disegno per sicurezza, il metro, la matitona di legno, una bomboletta per
disegnare a terra e la torcia,
e mi avvio verso il futuro
ristorante che era allora poco più di uno scheletro.

Fuori dalla baracca era un concerto di rumori di attrezzi, martelli, trapani e flessibili, giro attorno a un mucchio di rottami di ferro
e cemento, mi infilo tra i bancali di materiali e scendo la rampa di terra verso l’ingresso, a destra si vedevano già gli scarichi della cucina a vista e l’impianto elettrico dei forni, mi addentro nella zona più buia del ristorante con la torcia.

Con un urlo chiamo uno dei ragazzi per tracciare gli scarichi, ormai le pareti dei bagni erano impostate, con una decina di misure troviamo tutte le posizioni degli scarichi, l’escavatore completa la trincea e posiamo il primo tubo per mostrare agli addetti la quota corretta di posa.

Chiedo un paio di feedback  per vedere se è tutto chiaro per farli lavorare da soli e soddisfatto mi avvio verso la baracca, non faccio in tempo a chiudermi dietro la porta che il direttore dei lavori mi chiede: 

«Hai coperto il buco con qualcosa, vero?»

«No… perché?»

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