Maledizione!
Urlò quando si spense la luce. La campana rintoccò dieci colpi e il vento ne portò altrettanti alle orecchie affrante dello studente che, chiuso nel bagno del Conservatorio, maledisse di aver lasciato il cellulare nella custodia dello strumento in aula.
Maledizione, maledizione!
Non trovava la maniglia. Eppure doveva essere lì. Si tirò su la patta dei jeans e tastò più attentamente la porta dietro di sé, ma niente.
Cazzo!
Oltre alla maniglia, aveva appena perso gran parte del suo vocabolario.
Ma che cazzo di sfiga.
E si accasciò sulle piastrelle del cesso. Lo avevano chiuso dentro, sicuro, e il Conservatorio avrebbe riaperto solo la mattina seguente; qualcuno sarebbe arrivato a liberarlo alle sei, immaginava. Si trattava solo di resistere quanto? Undici, mezzanotte… Otto ore al buio totale.
Merda.
Quando rialzò gli occhi, lì dove doveva esserci lo scarico, vide una falena.
Falene, farfalle, non gli erano mai piaciuti i lepidotteri. Due ali che nascondono un corpo peloso raccapricciante. Era una sfinge testa di morto, scura, grigio marrone, ma ben visibile, come vibrante di una luce cupa. Allora doveva esserci una fonte di luce che la illuminava; si girò, ma niente, non capiva da dove provenisse quella luce lugubre, e rigirandosi per osservarla meglio – orrore! la falena si era considerevolmente ingrandita. Se prima era grande come un suo occhio, ora era almeno della dimensione della sua mano. E dopo pochi secondi si stabilizzò, con qualche fremito, della grandezza del viso.Lo studente la guardò con ribrezzo. Ribrezzo che aumentò quando vide muoversi qualcosa sulle ali. Immagini come di un film muto si susseguivano sul dorso della falena. Guardò meglio e vide gli occhi tristi del suo amico clarinettista.
Ma che…?
Strana coincidenza. Proprio in un bagno, nel bagno di casa sua, lui e il suo amico si erano scambiati un bacio che aveva sorpreso entrambi. Non ne avevano più fatto parola, né dentro, né fuori. Avevano ritagliato quel bacio e lo avevano lasciato lì, tra la tazza e la carta igienica. Da allora il suo bagno risuonava per lui di quell’unico bacio.
Ora sulle ali della falena gli occhi del clarinettista apparivano luccicanti; non un ripensamento nel buttarsi sotto al treno – niente di più distante dalla complessità del suicidio di A. K. – e negli occhi del macchinista del treno, il tentativo invano di frenare.
Ma che cazzo.
Aveva appena assistito al suicidio del suo amico? Proiettato al buio sul dorso di una putrida falena in quel maledetto bagno. Quella sfinge testa di morto lo avrebbe torturato tutta la notte, svelandogli la morte delle persone a lui vicine?
Fatemi uscire, cazzo!
Colpì disperatamente la porta.
Fatemi uscire!
Fuori nessun suono, solo un fremito delle ali luminose lo richiamò a sé. E sulle scaglie della falena si vide come in uno specchio rovinato dal tempo. Ecco, era arrivato il suo turno. Era disgustato, e al tempo stesso attratto, dal pensiero di vedere la sua morte. Vide il suo viso gonfio e bluastro. E con orrore non poté non notare che su quel viso non era passato un anno, un mese, neppure un giorno in più di allora.
Guardò affranto in basso e i suoi occhi lo fissarono terrorizzati dall’acqua della tazza sotto di lui. E capì. Quella faccia rigonfia di acqua e morte era la sua. Ed era di quella stessa notte.
«Ehi, che ci fai chiuso qui? Sto chiudendo, mi fai fare tardi. Su esci, non startene lì impalato! Non vorrai passare la notte qui dentro. Forza, non ce l’hai un bagno a casa tua?»
