In Entity il bagno da rifugio domestico si rivela teatro d’imboscate silenziose: i demoni entrano senza bussare, e non sempre se ne vanno

Quando Giovanni mi ha svelato il tema del primo numero ero molto intrigato, il bagno è un mondo senza confini che è una goduria esplorare, soprattutto nei cantoni più bui. La prima immagine che è affiorata nella mia mente è stata quella della cena nel surreale film Il fantasma della libertà di Luis Buñuel, in cui un gruppo di eleganti e inamidati borghesi si riuniva attorno a un tavolo per defecare amabilmente, salvo poi ritirarsi in bagno per saziarsi. Mi verrebbe voglia di indulgere nell’umorismo più grottesco e scatologico – il convito escrementizio dei famigerati Pink Flamingos e Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’esplosione del water ne La grande abbuffata di Marco Ferreri e in Triangle of Sadness di Ruben Östlund, la caduta del piccolo Jamal nella latrina di Slumudog Millionaire o la liquefazione del clochard dentro al cesso di Street Trash – sennonché di classici d’animazione – per esempio le fogne infestate da rospi omosessuali e lumache cantanti di Giù per il tubo della Aardman, la toilette dove ogni mattina Shrek va a consumare pagine di libri di fiabe come carta igienica o le stazioni termali de La città incantata di Hayao Miyazaki – ma voglio far finta di essere serio e scelgo il perturbante. Eh sì, mi tira greve, per questo pezzo mi è stata data carta bianca e al contrario di Totò non mi ci pulirò il culo.

Considerato l’argomento, ho pensato che la cosa migliore fosse scrivere questo pezzo proprio in bagno, seduto sul gabinetto, luogo per eccellenza di reminiscenze e meditazioni. Del resto, se la lettura di un libro, un fumetto o un giornale mentre il nostro corpo si libera sortisce un effetto diverso, perché non dovrebbe farlo la visione di un film?

Nella solitudine del bagno di casa, le piastrelle che affollano le pareti appaiono come un fitto mosaico di ommatidi, parte di un grande occhio porcellanato, e custodiscono la nostra essenza più genuina e primigenia, quella riservata a pochi eletti: i familiari, gli amanti, gli invadenti animali domestici. Ci osservano infestare la stanza e compiere i nostri ridicoli riti di erosione biologica giornalmente, senza veli e inibizioni. I sanitari sono gli apparati digerenti della casa, bocche sempre spalancate che hanno assaporato tutti i nostri fluidi più reconditi, dal sangue allo sperma, talvolta centellinandoli, altre volte trangugiandoli come cedrata ghiacciata in una giornata afosa. I vetri ci hanno squadrato nei minimi imbarazzanti particolari dall’infanzia all’adolescenza, trattenendo per un baleno aloni ed impronte destinati a svanire in mezzo alle nebbie bollenti della doccia, durante i primi goffi pruriti masturbatori. E lo specchio… beh, lui è noi, un voyeur che ruba le nostre sembianze e ci risponde con le boccacce. Ma soprattutto, lui è il nostro primo bacio (sia a stampo che alla francese). Insomma, il bagno è forse il luogo di passaggio che più di tutti, nel nostro scomodo e desolante habitat, funge da rifugio, da confessionale catartico e liberatorio, promettendoci intimità e lealtà incondizionata: è lui il focolare, caldo come l’asse che sto intiepidendo con le terga.

Bene, dopo aver romanticizzato il torpore “vespasianico” domestico, non mi resta che lasciar emergere quell’inquietudine che serpeggia da sempre fra i tubi di scarico e le intercapedini, dove l’odore ristagna anche quando arieggiamo. Nel cinema esistono innumerevoli scene ambientate nei bagni, quando non addirittura intere pellicole, tuttavia, restringendo il campo, è facile notare come spesso quella location diventi teatro di orrore, incubi e morte.

Per esempio, l’allucinato suicidio del soldato “Palla di Lardo” in Full Metal Jacket, il raccapricciante ingresso del parassita nella vagina di Barbara Steele ne Il demone sotto la pelle, l’inatteso arrivo delle mestruazioni di Carrie, l’evirazione di Matthew nel rape-revenge Non violentate Jennifer e la comparsa degli artigli di Freddy Krueger nella vasca del primo Nightmare. Ancora: la visione del W.C. traboccante sangue ne La conversazione, l’illustre assassinio di Marion in Psycho, la vasca putrescente della stanza 237 di Shining, l’attacco di Gennaro da parte del T-Rex in Jurassic Park, la lotta finale di Attrazione fatale, l’uccisione del Professor Giordani in Profondo rosso, per non parlare di una gran parte degli ammazzamenti degli arrapati teenager della saga di Venerdì 13! Non è un caso che un nutrito numero di film thriller e dell’orrore scelgano proprio quell’inconfessabile ecosistema. Del resto, è il posto di massima vulnerabilità per ognuno: pensate ai vostri gatti, notate quanto siano tesi e guardinghi mentre defecano nella sabbiolina della loro lettiera. Quelle che per noi sono insignificanti deiezioni secondo il loro atavico istinto rappresentano richiami olfattivi per possibili predatori, infatti vengono sepolte con le zampette in fretta e furia, come un cadavere. Una scia di feci è un sentiero fatale.

C’è, fra l’altro, un aneddoto bizzarro legato al mio cognome e che ben si adatta a questo discorso: nei paesini sperduti fra le valli montuose del Trentino-Alto Adige ogni famiglia porta con sé da generazioni un epiteto che in tempi antichi descriveva una loro peculiarità. Il nostro era “bàgola”, che nel dialetto locale significa letteralmente “merda”, poiché originava dal fatto che i miei avi erano abili cacciatori che durante le battute invernali seguivano proprio lo sterco degli animali e non tornavano mai a mani vuote. Lo porto con orgoglio? No, ma sicuramente i miei antenati lo facevano, mentre banchettavano con spezzatino di cervo sotto gli sguardi invidiosi di paesani canzonatori col piatto vuoto.

Ho l’imbarazzo della scelta e vorrei analizzare tutti i titoli citati poc’anzi, ma c’è in particolare una gemma oscura che ha sempre attirato la mia attenzione: Entity. Questo film, diretto da Sidney J. Furie nel 1982, è stato immeritatamente abbandonato nell’oblio, nonostante Martin Scorsese lo annoveri fra gli horror più agghiaccianti di sempre. Per pura coincidenza, lo stesso Scorsese che nel 1967 ambientò proprio in un bagno il suo primo cortometraggio, quel gioiello onirico di The Big Shave, in cui un aitante giovane a petto nudo si radeva in maniera così accanita da dissanguarsi copiosamente, allegoria un po’ forzata dell’autodistruttività degli Stati Uniti d’America nella guerra in Vietnam.

La trama di Entity è liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Frank De Felitta, che narrava la vera storia di Doris Bither, una massaia californiana che a inizio anni Settanta divenne nota nei rotocalchi per via di lugubri esperienze di spettrofilia che mai hanno avuto spiegazione. Premessa rischiosa, l’exploitation è dietro l’angolo. Ebbene, in questo lungometraggio vi è un’intera scena, girata con brillante maestria, collocata all’interno di un bagno, per la precisione un climax di grande impatto in cui questo “tempio” liminale viene brutalmente profanato.

Nel film, Carla Moran è una madre single di trentadue anni che si barcamena allo stremo tra famiglia, una casupola fatiscente di periferia e un lavoro sottopagato, e che diviene improvvisamente vittima di abusi sessuali da parte di un Poltergeist. La prima volta la sventurata pensa sia stato un incubo, ma quando si rivolge a un dottore non viene creduta e rimanda il più possibile il rientro. Titubante, prende finalmente coraggio e rincasa, a notte fonda, con il volto segnato e i capelli scarmigliati. Qui inizia la parte che interessa a noi. Carla rimbocca le coperte alle bambine ancora sveglie e scambia due parole con il figlio maggiore, che è occupato ad armeggiare in garage. Va in camera sua, dove non riesce a sostenere lo sguardo nello specchio, e procede a spogliarsi lentamente: l’asse dell’inquadratura si inclina, l’atmosfera si fa sospesa e i tempi si dilatano fino a pesare come macigni. La ragazza si dirige nel bagno adiacente, riempie la vasca d’acqua bollente e la cosparge di sali e polvere per schiuma, mentre il vapore la avvolge delicatamente. L’unico suono udibile è quello del rubinetto; l’immagine del corpo di Carla, costantemente tagliata all’altezza del volto, è smembrata attraverso una moltitudine di specchi e riflessi che ci fanno perdere l’orientamento, come fosse una soggettiva distante, uno sguardo spiante (il richiamo a Hitchcock è inequivocabile). La donna si distende nella vasca e chiude gli occhi, respirando a fondo: un po’ di meritata pace. I colori dell’ambiente circostante sono caldi, familiari. Improvvisamente… clack! La porta si chiude di colpo, facendo trasalire la poverina; uno stridore di archi comincia a ferirci i timpani, mentre vediamo Carla uscire velocemente dall’acqua e, tremante, tentare invano di aprire l’uscio. Da spazio intimo, il bagno diventa così angusto e claustrofobico. La donna si guarda attorno convulsamente per degli attimi che paiono ore, quando d’un tratto una musica battente ci investe con forza, e con la stessa brutalità ella viene spinta in avanti, fino a sbattere la testa nella macchina da presa: un’inaspettata e anomala rottura della quarta parete. La protagonista viene scagliata con forza contro lo specchio sopra il lavandino, mentre i giocattoli e le paperelle di gomma disseminati nel bagno, involontari e colorati spettatori, la scrutano indifferenti. Sentiamo l’urto e i suoi lamenti, ma il martellare della musica prevarica qualsiasi altro suono con la sua ferocia quasi meccanica. La donna viene schiacciata contro la tendina della doccia, la vediamo divincolarsi col volto contratto in una smorfia di dolore. Un brusco strattone le divarica le gambe, una forza le solleva le braccia sopra la testa e qualcosa le dà uno schiaffo. Carla non emette più gemiti, ma rantoli soffocati, finché… l’entità scompare. Appena le vengono liberate le mani ella crolla a terra rovinosamente e giace inerme sul pavimento fradicio. Vediamo il polso in basso a destra con un grosso livido, la prova che l’aggressore non è soltanto un brutto sogno. L’accompagnamento va via via spegnendosi, echeggia nella stanza e dentro la donna, riflettendo il repentino e aspro distacco del fantasma.

Un punto di forza di questa scena è la colonna sonora di Charles Bernstein, un autentico gioiellino di sperimentazione elettronica e strumentale, di natura ispiratamente stravinskiana, che aiuta il film a dare corpo a uno stupratore che non esiste, scandendo in maniera cadenzata e ripetitiva l’atto sessuale e al tempo stesso il battito cardiaco accelerato della vittima. Così potente che trent’anni dopo Quentin Tarantino la inserirà nel suo Bastardi senza gloria, per evocare il tormento di Shosanna nel momento in cui, al bistrò, si trova alle spalle il carnefice della sua famiglia, il colonnello delle SS Hans Landa.

Oltre al sentimento di spiazzamento e di impotenza di fronte alla minaccia invisibile, il film è interessante per il modo in cui scava nel profondo dell’esperienza traumatica di una donna che lotta da sola per la propria sanità mentale e la propria credibilità. Il calvario della protagonista non passa solo per l’abuso fisico e psicologico, ma anche per il freddo scetticismo degli esperti scientifici a cui si rivolge. La sua forza si misura nell’ostinata ricerca di aiuto e nella resistenza, anche quando viene isolata e medicalizzata da una società che non riesce a credere all’inspiegabile.

Un altro elemento che da solo vale tutto il film è la stratificata e intensa interpretazione della sottovalutata attrice Barbara Hershey (candidata all’Oscar per Ritratto di signora e sfolgorante Maria Maddalena ne L’ultima tentazione di Cristo), che nella versione italiana è magistralmente doppiata da Livia Giampalmo. La sofferenza del personaggio è talmente vivida e viscerale da risultare profondamente toccante in ogni istante. Attraverso le dolenti movenze e i malinconici sguardi, la Hershey incarna il suo personaggio in maniera così ben caratterizzata da sembrare viva! Sebbene il regista padroneggiasse sapientemente il genere, il suo interesse non si limitava all’orrore fine a sé stesso, ma rivelava una sensibilità particolare verso l’umanità e i risvolti psicologici dei personaggi, cosa non banale nel mainstream anni Ottanta. Dopotutto, Entity nacque in un periodo in cui il paranormale nel cinema hollywoodiano era fonte di enorme successo commerciale, e uscì quasi in contemporanea con il ben più fortunato Poltergeist di Tobe Hooper.

Per onestà intellettuale mi sento di dire che il film non è un capolavoro, merita notevolmente solo fino a metà, da quel punto in poi si arena nel ridicolo involontario, scegliendo una strada troppo razionale, salvo poi risollevarsi in una conclusione pregna di forza vitale ma al tempo stesso di ineluttabile cupezza. Niente lieto fine, nessun televisore spiritato viene abbandonato fuori dalla porta: probabilmente è questo il motivo per cui oggi non gode di vasta fama e che all’epoca lo abbia fatto accogliere tiepidamente dalla critica e incassare solo tredici milioni di dollari a fronte di un budget di dieci.

Sempre in tutta onestà, Sidney Furie non è stato certo un cineasta memorabile; egli proveniva più che altro da produzioni televisive e nonostante fosse buon mestierante non era dotato di uno stile distinguibile o autoriale. Pur nel suo anonimato, dobbiamo riconoscergli l’ottimo lavoro svolto con Entity, specialmente per quanto riguarda l’orditura della tensione e l’audacia d’aver messo in scena molestie sessuali così crude e inedite.

Forse non è che suggestione che corre libera, ma dopo aver ripercorso quelle sequenze, con le ombre che si allungano e le natiche ormai formicolanti sulla tavoletta, mi sembra di percepire un’atmosfera diversa, attorno, che però non ha niente a che vedere con spettri e fantasmi in agguato. È solo un senso di smarrimento che nasce dal pensiero che il bagno sia, in un certo senso, la nostra tomba quotidiana. Non vi facciamo neppure caso, ma ogni volta che entriamo là dentro una minuscola parte di noi scivola via, con una semplice tirata di catena seguita da un roboante vortice acquoso. Tutto sommato il cinema lo ha sempre saputo: dove c’è merda c’è morte. E noi ne produciamo tanta.

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