Dalle serie TV ad Agamennone, la morte nella vasca da bagno emerge come forma simbolica della vulnerabilità. Un’immagine antica che attraversa mito, arte e cultura pop, trasformando l’intimità del corpo esposto in una figura centrale di racconti politici e collettivi.
Fermandoti davanti alla Morte di Marat di Jean Louis David il tuo sguardo non può fare a meno di seguire quella luce che accarezza il braccio abbandonato in primo piano fuori dalla vasca.
È un arto disteso, inerme, ritratto nel momento in cui l’ultimo soffio di vita abbandona la carne. Un tempo sospeso, infinitesimale, come ti ricorda anche quella penna ancora tra le dita dell’uomo che sai già non potrà fare altro che cadere. È una tragica dolcezza quella che ti ritrovi davanti, prossima a quella del corpo di Cristo in molte deposizioni. Strano gioco della memoria, quello che ti pervade, e che fa in modo che tu possa riconoscere in due immagini così diverse, quella davanti a te e quelle nel tuo ricordo. Una rima, un’eco silenziosa, che giunge a riconnettere tra loro anche immagini più recenti come quella del suicidio di Hanna Baker nella serie 13 Reasons Why immersa nella vasca di casa, o quella della vulnerabilità esposta in uno dei momenti più intensi di Game of Thrones.
Jaime Lannister, a cui hanno appena amputato la mano con cui aveva costruito il suo onore, temprata nel peso delle morti, viene condotto nella grande sala da bagno di Harrenhal. Le vasche di pietra fumano, i vapori avvolgono i corpi come un velo, e Jaime entra nell’acqua nudo, «per metà un cadavere e per metà un dio», come scrive George R.R. Martin. È un uomo spezzato: non più il guerriero invincibile, non più il sorriso arrogante, ma un corpo fragile che si abbandona alla vasca come a un luogo di verità e di confessione.
Aby Warburg parlerebbe di Pathosformel. Pose, espressioni ricorrenti, motivi che nella storia delle immagini servono a condensare un’emozione intensa che sopravvive attraverso i secoli, ereditando e trasmettendo gesti provenienti da tradizioni molto antiche.
Una forma simbolica, quella della morte nella vasca da bagno, che lega la violenza alla vulnerabilità dei corpi seminudi, che proietta la caducità sulle loro figure pubbliche e intensifica il momento del loro luttuoso sacrificio.
La vasca, luogo intimo per eccellenza, diventa così uno spazio accessibile allo sguardo. Alla dimensione privata si sostituisce quella pubblica, quella del corpo esposto di Cristo che si fa testimone di un sacrificio la cui potenza non parla più del corpo singolo ma della nostra società. Marat è ancora immerso nell’acqua, nell’altra mano tiene la lettera che Charlotte Corday gli aveva consegnato poco prima, quella con cui era riuscita a entrare nella stanza e a ottenere un colloquio in un giorno in cui nessuno doveva essere ricevuto. Lo colpì al petto, animata dall’intento di voler fermare colui che riteneva responsabile del sangue versato in quei giorni convulsi nella Parigi in rivolta del 1793.
Guardando il quadro, mentre affiorano le tensioni politiche e il tumulto della storia, ti accorgi che quel gesto del braccio, quella posa nella vasca, appartengono a un tempo più antico. Precedono il cristianesimo, precedono David. Sembrano affondare nell’abisso delle storie che l’umanità si racconta quando deve dare un volto alla morte violenta.
È allora che la tua mente scivola indietro, verso un tempo in cui la vasca – come quella di Marat – era già luogo di inganno, di agguato, di sacrificio. Un tempo in cui l’acqua calda, invece di proteggere, diventava il teatro di un gesto estremo. E la prima immagine che affiora, come un’ombra tra i vapori, è quella di Agamennone. Lo vedi avanzare nel suo palazzo, stremato dal ritorno da Troia, ancora avvolto nel peso della guerra. Lo segui mentre entra nella stanza da bagno dove l’acqua è già pronta per accoglierlo: un luogo di quiete che si incrina in un attimo, quando Clitennestra chiude su di lui la trama dell’inganno che ha tessuto in sua assenza. Così muore Agamennone, non sul campo, ma nella vasca che avrebbe dovuto restituirgli riposo. È questa la forma del mito che ti è giunta attraverso Stesicoro ed Eschilo, più antica e più cruda della versione omerica, dove la solitudine del bagno è sostituita dalla convivialità delle celebrazioni bacchiche.
Ed ecco che la vasca non è più soltanto il luogo della cura ma anche dell’accoglienza delle spoglie deposte. Ed è così che quel corpo piegato nella vasca – da Marat ad Hanna Baker, da Lannister ad Agamennone – smette di appartenere a un singolo racconto.
È un’immagine antichissima che attraversa i secoli, una forma di pathos che ritorna, legando re, rivoluzionari e giovani schiacciati dalla violenza dei propri simili, colti nel loro istante più fragile, quando il gesto della vita si confonde e viene sostituito con quello della morte.
