Sin da tenera età, il bagno è stato per me un luogo speciale. Intimo, caldo, protetto. L’unico spazio dove potersi mettere a nudo senza vergogna. Un posto dove guardarsi, dentro e fuori, concedersi il lusso dell’ozio e sentirsi legittimati a sparire per un tempo indefinito.
E poi è arrivato il momento di creare un bagno tutto mio. Eccentrico, fuori dagli schemi. Le parole chiave di un progetto improvvisato in 2D su una tavola di Illustrator, guidato più dall’istinto che dalla tecnica. Uno spazio dove cambiare dimensione, forse discutibile, certamente non anonimo. Pochi metri quadrati di psichedelia formato wc. Un bagno di seconda mano, di seconde vite.
I sanitari provengono da un market online: una giovane coppia mantovana li aveva smantellati da una casa in ristrutturazione, comprato il set completo a pochi euro, il costo di una pizza al sapore di Ideal Standard anni ’70 in vetrochina. La cassetta di scarico, marchiata Ginori, dello stesso verde , arriva poco dopo dalla Sicilia, dopo ricerche estenuanti. Un match cromatico perfetto che sa di provvidenza. I componenti meccanici, ormai fuori produzione, sono stati recuperati con tenacia da un amico che lavora nell’idraulica. Ogni volta che tiro lo sciacquone, lo penso soddisfatta. <Grazie Lello>.
Le piastrelle a km zero e le fughe rosse per la doccia: ore di lavoro di un piastrellista volenteroso, uno di quelli che mentre posa la colla ti parla di reincarnazione e vite passate, tra polvere e sudore. Un lampadario di vetro, scovato tra le cianfrusaglie di un mercatino di paese. Con poco è tornato a brillare.
Tante esistenze per dare vita a un unico, piccolo spazio. O, come preferisco chiamarlo, un piccolo tempio domestico. Un cesso, sì. Ma con anima. Non è forse questo il vero lusso? Uno spazio che ci rispecchia, dove possiamo essere pienamente noi stessi, senza compromessi. Almeno finché resta chiusa la porta.








