
La casa è una casa se c’è almeno un bagno, una cucina e una camera da letto, ma soprattutto il bagno… Poi si può discutere su come sia questa casa: bella, brutta, ampia, luminosa, a che piano sia e se c’è il riscaldamento. Ancora dopo si può entrare nel merito di come sono gli spazi: com’è la cucina? Com’è la camera da pranzo? C’è una camera da pranzo o solo una cucina con tavolo? E quanto è grande questo tavolo? E quanto è grande la cucina?
Eravamo in sette, otto poco dopo, quando abbiamo deciso di magiare in bagno, la stanza più grande della casa dove abbiamo alloggiato in un viaggio per un progetto di studio/lavoro. Era enorme, smisurato, più grande di una delle camere da letto e della cucina insieme.
Il proprietario dell’immobile ci aveva spiegato che non hanno potuto fare ristrutturazioni intense e infatti la casa della fine del ‘700 era solo divisa, non trasformata, tutte le vecchie e ampie stanze erano state dimezzate, solo un bagno rimaneva come quello di un tempo: nobiliare.
Un luogo intimo dove si è soli e nudi, è lo spazio dell’igiene, dell’espulsione, dell’introspezione, asettico e fortemente normato: non si magia, si entra da soli, non ci si intrattiene in bagno.
Un po’ per necessità e un po’ per sperimentare abbiamo portato un tavolo laddove sarebbe entrato meglio, generando dei cortocircuiti semiotici e di percezione, trasformando il bagno in uno spazio sociale sovversivo. Ogni gesto di cena diventava sovraccarico di significato eccedente: dal brindisi al poggiare una portata su di un piano venivamo investiti di un senso ulteriore, ma cos’era?
Un detto giapponese dice che un uomo è colui che è ella stanza in cui si trova, ma la stanza cos’è se non il nome che le si è dato? E se si sovverte la sua funzione si può chiamare ancora così?
Certo non costa niente continuare a chiamare uno spazio con una tavola imbandita per 7/8 coperti un “bagno” e infatti l’abbiamo fatto per tutta la sera, accorgendoci, man mano, che eravamo diventanti dei ladri di senso, degli equilibristi della percezione, degli intrusi semantici nella parola “casa” e il campanello d’allarme suonava a colpi di un riso incontenibile.
Articolo a cura di: Giorgio Marinelli e Renata Rodriguez
Foto e post produzione: Giorgio Marinelli e Renata Rodriguez



