
Nell’aria immobile galleggia il profumo secco di una polvere di quarant’anni. La fuliggine che vi volteggia delicata come neve mi si posa in gola, pungente e amara; posso vederla annerire i camini dal lucernario, velato da dorate striature portate da mille acquazzoni. Ogni tanto qualche spiffero di vento freddo si intromette nelle tegole lente e smuove gli odori in un mulinello inquieto: la muffa che serpeggia dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi, resti di fieno secco come stoppa, il bucato che asciuga sui fili, la resina che cola instancabile dalle travi d’abete, una lacrima all’anno, e sparute note acidule che provengono dall’uva che avvizzisce sui graticci. Come per il precedente, questo pezzo lo scrivo nella “téza” di casa mia, seduto sopra un vecchio materasso, con una trapunta sulle spalle, proprio come Bastian ne La storia infinita, uno dei miei film preferiti d’infanzia.
Intorno a me, mobilio d’altri tempi, fiori essiccati che dondolano dai pilastri di cemento, una sedia a rotelle imballata nella plastica, pile di scatoloni contenenti vestitini e pellicce crivellati dalle tarme, un albero di natale sintetico che riposa sotto una lisa federa e a tappezzare l’abbaino vecchi giornali comunisti ingialliti, reliquie di un’Atlantide politica che recano il 1991 come un’epigrafe. Le pareti, percorse da una rete di cavi simili a vene atrofizzate, mai irrorate dalla corrente, sono nude e scorticate dalla malta, ostentando la carne viva dei mattoni sottostanti, purpurei come muscoli.
Se la casa, come sosteneva Gaston Bachelard, costituisce una sorta di topografia dell’interiorità, la soffitta è la zona della sedimentazione affettiva, dove il tempo è sospeso e ammantato dalla rêverie. È uno spazio che ha sempre esercitato su di me un grande fascino, tant’è che ricordo che da bambino ci costruii perfino un fortino con dei pannelli di cartongesso avanzati da una ristrutturazione.
Chi ha il solaio è lì che accumula il passato, non si butta via nulla perché chissà. È un po’ come se fosse un’anticamera inconscia sopraelevata, stagliata lassù nel cielo, un deposito di ricordi e segreti a un passo dall’oblio, come la luna dell’Orlando Furioso, che custodisce tutto ciò che è perduto. Ecco perché riuscivo ad addentrarmici senza paura, nonostante l’allergia alla polvere, il buio, le ragnatele e lo zampettio dei topi sotto il pavimento: era una caccia al tesoro e il baule dei nonni era il forziere dei mille mondi. Una scatola nera a tutti gli effetti: corredi, documenti, giocattoli dimenticati, pupazzi sdruciti, santini, statuine del presepe. Album di fotografie ritraenti persone troppo antiche per essere ricordate.
Là nella penombra, dentro ad uno di quegli scatoloni imbiancati di polvere, giace il film a cui sto pensando, una videocassetta che mio padre registrò una sera di febbraio di vent’anni fa su Italia 1. Attende, muta. Chissà se ancora funziona.
Quando si pensa alla soffitta la mente corre subito a paure ancestrali, spettri insidiosi e talismani maledetti: è ormai un cliché dell’horror, dalle produzioni più dozzinali a quelle più raffinate. Per quanto sia ricco di attrattiva e ben si presti al tema, questa volta non ho voglia di parlare di orrori, ma di quell’ipnotico senso di mistero e disperata fascinazione per ciò che giace assopito e orfano, una sorta di Urbex domestica che alcuni film hanno saputo evocare con particolare intensità. Il film che ho scelto è Casper, un celebre blockbuster fantasy diretto nel 1995 da Brad Silberling.
Se la serie animata degli anni ’50 su cui si basava era comica e giocosa, l’adattamento live action prodotto da Steven Spielberg aveva atmosfere di gran lunga più cupe, crepuscolari e malinconiche, e introduceva delle componenti emotive più serie e complesse, oltreché un’ironia citazionista sagace e un immaginario scenografico fiabesco e “gaudìano” che me l’ha fatto adorare fin dalla prima visione. Un film per famiglie che sotto una patina farsesca affrontava apertamente morte, solitudine e perdita era a dir poco innovativo per l’epoca. Ciò nondimeno si rivelò un autentico trionfo al botteghino e, nonostante la critica l’avesse accolto tiepidamente, divenne in breve tempo un cult generazionale.



Come tutti sanno, il protagonista è un tenero fantasmino che infesta un maniero in rovina sulle rosse coste del Maine, Whipstaff, dove fa da sguattero – come Cenerentola – ad un trio di spiritelli volgari che lo maltratta senza tregua. La sua vita solitaria e infelice cambia radicalmente quando si trasferisce a vivere nel castello Kat (Christina Ricci), la giovane figlia del parapsicologo incaricato di liberare la proprietà per conto di un’avida ereditiera in cerca di ricchezze. Fra mille diffidenze e pregiudizi, Casper non solo riesce ad entrare in intimità con la ragazza, ma pian piano se ne innamora perdutamente, sulle note della struggente e indimenticabile colonna sonora di James Horner.


In una delle scene più toccanti della pellicola, mentre osservano la luna seduti sul tetto di un faro, Kat confida a Casper il timore di dimenticare la madre defunta e la paura di essere a sua volta dimenticata da lei. Quando gli chiede come fosse quand’era in vita, egli non ricorda nulla e mentre ripete “Non lo so” ad ogni domanda dell’amica avverte dentro di sé il peso di quel vuoto. La sua non-esistenza sembra sospesa in un limbo senza immagini e riflessi, fatta di quei formicolii che scambia per la propria essenza: “Forse perché quando sei un fantasma la vita non ha più molta importanza”, mormora. A casa, Casper sfiora la guancia della ragazza con un bacio della buonanotte mentre ella si sta assopendo. Kat si ritrae, scambiandolo per uno spiffero freddo e gli domanda di chiudere la finestra. Lui rimane lì, fluttuante al suo fianco, silenzioso e immerso nella malinconia.
Il giorno dopo, Kat sta esplorando le immense soffitte di Whipstaff in cerca di un abito per un ballo scolastico al quale Casper sogna ingenuamente di accompagnarla. Mentre rovista fra le cianfrusaglie si imbatte per caso nella vecchia cameretta dell’amico e decide di fargli una sorpresa sistemandola con cura. In un impeto di vita, quando rivede i suoi vecchi balocchi, il fantasmino inizia a rievocare la sua infanzia e trova dentro una cassa un elegante vestito appartenuto alla sua mamma che è perfetto per la festa. Mentre Kat lo prova meravigliata, Casper scorge dei giornali sul pavimento e si allontana un attimo, sopraffatto dai ricordi che tornano improvvisamente a galla – anche i più dolorosi: la sua morte, la famiglia, i rimpianti e i desideri che aveva sepolto chissà dove. Kat si avvicina lentamente, mentre con tono dolente egli le racconta del suo ultimo inverno, quando si ammalò giocando nella neve con la nuova slitta, e di come dopo il trapasso scelse di restare vicino ai genitori perché non si sentissero soli nel loro lutto, rinunciando così al paradiso. I suoi tesori, proprio come i miei, non erano oro o diamanti, ma trenini, giostre di latta, un cavallo a dondolo, l’impronta del palmo della mano su una formella d’argilla (“Avevo cinque dita!”) e una palla da baseball autografata da Duke Sneider, ultimo dono di suo padre: oggetti in fase di latenza, custodi perpetui di storie e identità sospese. La soffitta incarna proprio uno spazio di eterno ritorno.
Nell’istante in cui Casper vede i suoi giocattoli riacquista le sue memorie smarrite, come Astolfo quando vola sulla luna per recuperare il senno di Orlando, e per la prima volta elabora il trauma della propria morte: “Fu come venire al mondo, solo al contrario”. Questa pesante presa di consapevolezza fa sì che, nel commovente finale del film, dopo un importante sacrificio, Casper riceva da un angelo il dono di tornare, come Pinocchio, a essere un bambino vero, anche se solo fino a mezzanotte, così da poter finalmente danzare con Kat e donarle un bacio che non sia solo uno spiffero.



Mentre il sottotetto comincia ad ululare, un brivido mi balbetta sulla nuca. Divelgo con uno strattone il nastro adesivo che sigilla lo scatolone, disperdendone il torpore, e ritrovo pile di videocassette della mia infanzia. Non ve ne sono molte di originali – nessun “vero Walt Disney”, non potevamo permettercelo – perlopiù registrazioni. Osservo i miei disegni sulle custodie di cartone sgualcito: riconosco Kermit, il Grinch e quella che sembra un’ombra di carta velina dalla forma di un piccolo Casper, sciupato dal tempo. Noto la grafia di mio padre, i suoi refusi nei titoli che una volta mi facevano infuriare ma che ora mi suscitano solo grande tenerezza: Srek, Schrec, Screc, Skrec… Orco verde per Chicco.
Sotto un lenzuolo logoro c’è un televisore a tubo catodico con VCR incorporato; lo trascino faticosamente sul pianerottolo e lo collego alla corrente. Una lama di luce balena livida per un attimo sul video e l’apparecchio erompe in un sibilo acuto che pare un gemito. È rimasto sintonizzato sul terzo canale, il numerino verde vacilla instabile in cima allo schermo: chissà cosa stavamo guardando l’ultima volta che lo abbiamo spento. Ovviamente non c’è segnale, solo quell’ipnotica e argentata danza di scintille. Introduco la VHS di “Gasper” e le labbra del videoregistratore la inghiottono con clangore di ingranaggi. Emerge il logo della Universal, che in una lenta dissolvenza si tramuta in una luna piena. Man a mano che il film procede, con le sue immagini a malapena distinguibili, deteriorate dalle troppe visioni, riconosco ogni pausa pubblicitaria, litanie mandate a memoria come le stazioni di una via crucis. Sfioro il vetro e provo di nuovo quel crepitio solleticante delle scariche statiche sotto le dita, che mi sollevano i peli sulle braccia e poi svaniscono: la stessa consistenza di un arto addormentato. Quella di Casper.
