Manifestazione anni ’70. Roma (fonte: Wikipedia)

Giulia, Nicola, Mirella e Tonino sono tutti nati tra il 1953 e il 1959, tutti cresciuti al Sud. Io sono nata quasi trent’anni dopo e da sempre li ritrovo alle manifestazioni, ai dibattiti, talvolta ai concerti. Volevo andare alle radici della loro militanza, così ho chiesto loro di salire in soffitta. Le loro storie si assomigliano ma non si sovrappongono, testimoniano la varietà e capillarità del movimento.

Il movimento del ‘77 fu effervescenza culturale e azione politica: veniva dal lungo ‘68 e ha lasciato tracce profonde, ancora tutte intorno a noi. Prese la forma di occupazioni alla Sapienza e blindati a Bologna, di assemblee fiume e grandi manifestazioni, di radio libere e fumetti di Pazienza, di punk e rock demenziale. Il ‘77 fu dappertutto in Italia, anche al Sud, terra peraltro legata a doppio filo alle grandi città universitarie e industriali del Centro-nord, per via dei suoi abitanti che passano la vita a migrare e un po’ tornare. Queste interviste provano a recuperare questa storia.

Quando sei nato, dove sei cresciuto, di cosa si occupavano i tuoi genitori?

Tonino nasce a Brindisi nel 1953, ma suo padre è irpino — un sottufficiale artificiere della Marina che il mestiere ha portato lontano da casa, fino alla costa adriatica, fino a una casa di campagna alla periferia della città, vicino alla Polveriera militare. Giulia viene da San Pietro Vernotico, figlia di contadini. Mirella da Sandonaci, stessa provincia, seimila persone: madre sarta, padre commerciante. Nicola invece nasce a Milano — padre meridionale, preside, madre insegnante, svizzera di origini milanesi — e si trasferisce a Brindisi a sette anni.
Tutti oggi vivono tra Brindisi e provincia. Il Sud che abitano, e che hanno abitato, non è uno solo. C’è la Puglia contadina dell’entroterra salentino, i paesi dove tutti si conoscono. C’è Brindisi — piccolo capoluogo di porto, urbano, operaio, con il petrolchimico che avvelena e dà lavoro, senza università. C’è Bari, a un’ora e mezza di treno, grande città universitaria meridionale dove si va a studiare come si va in un altro mondo. E poi c’è il resto d’Italia — Milano, Roma, Padova — dove il Movimento li ha raggiunti o aspettati. Il Sud non fornisce un’identità o una condizione fissa: è qualcosa che sta nella propria soffitta, e che impone di muoversi.

Qual è il tuo primo ricordo del Movimento?

Il Movimento non arriva da tutti allo stesso modo, né nello stesso momento.
Per Tonino comincia nel 1968, quando universitari brindisini che studiavano a Trento portano a casa le tematiche del movimento studentesco. Nasce qualcosa di autonomo e locale, che dura una stagione e poi si divide nei gruppi: Circolo Lenin, UCI, Lotta Continua. Tonino li attraversa, poi esce, diventa cane sciolto, entra nell’area dell’Autonomia. Nel 1974 fa il militare e si ritrova ad attivare il Movimento dei Soldati Democratici e Proletari in divisa. Dal ‘76 è a Roma per lavoro — e lì vive il ‘77 dall’interno: Radio Onda Rossa, i comitati di quartiere, le autoriduzioni delle bollette, le 150 ore che uniscono università e sindacato, il movimento femminista romano. Al cuore del Movimento, alla casa dello studente di via Cesare de Lollis, ci sono i fratelli Palamara — anarcocomunisti calabresi di Africo, sfuggiti a diversi attentati della ‘ndrangheta. E poi gli Indiani metropolitani, la cacciata di Lama alla Sapienza, la morte di Giorgiana Masi.
Giulia lo incontra nel ‘77 a Bari, dove si è iscritta a economia insieme al futuro marito — «nessun obiettivo, nessuna idea di futuro, solo la fuga da casa». E poi l’onda: «manifestazioni, assemblee, dibattiti, di tutto di più. Avevamo il mondo nelle mani». A settembre partecipa al convegno di Bologna. Erano in centomila.
Mirella arriva a Padova tra la fine del ‘76 e l’inizio del ‘77 per studiare psicologia, ma il suo primo contatto con qualcosa che assomiglia al Movimento è già a Sandonaci, nel 1975: un tentativo, fallito dopo pochissimo, di aprire una radio privata alternativa chiamata Radio Viola. Lei è giovanissima, lo vive un po’ di riflesso — ma partecipa alle riunioni, e partecipare significa già ribellarsi alle regole di famiglia. A Padova poi tutto esplode: i cortei, le piazze, le assemblee fiume, la celere ogni mattina in Piazza dei Signori, Radio Sherwood, la musica che si alternava alle trasmissioni «che a volte sembravano bollettini di guerra». E il piacere di stare insieme, senza l’ansia del domani.
Nicola è ancora al liceo scientifico a Brindisi nel ‘77 — troppo lontano, dice. Ma il suo ricordo più vivido ce l’ha lo stesso: la manifestazione del 12 marzo a Roma, l’indomani dell’omicidio di Francesco Lorusso. Non può andarci. Guarda la televisione, poi ascolta i compagni. Per lui il Movimento è soprattutto una comunità: nel primo viaggio attraversano tutta l’Italia ospitati da sconosciuti incontrati nelle piazze, in autostop, porte aperte, fiducia reciproca. A scuola, in autogestione, si discute anche dell’inquinamento del petrolchimico insieme ai lavoratori. E poi «c’era l’impegno totale, ogni pomeriggio noi che eravamo un piccolissimo collettivo di compagni giovanissimi, 16-17enni, ci vedevamo, andavamo in giro per fare colletta, compravamo la carta e scrivevamo un volantino, lo ciclostilavamo». Come quello su Peppino Impastato, distribuito alla manifestazione per la morte di Moro, in cui dichiaravano l’origine mafiosa dell’omicidio: «fummo visti come extraterrestri amici dei terroristi». Poi torna a Milano per studiare all’ISEF e là il Movimento del ‘77 aveva avuto, dice, «un’influenza molto relativa».

Come chiamavate il Movimento tra voi?

«I compagni», risponde Nicola. Erano il tutto. Tonino elenca: movimento studentesco, movimento dei disoccupati, movimento delle carceri, movimento femminista — e anche più avanti «l’Area». Mirella ricorda che era molto diffuso chiamarsi compagno o compagna. Giulia non risponde.

Cos’era cambiato nel Movimento? C’è stato un momento in cui hai pensato: ora è diverso?

Per Nicola è stata l’eroina. «All’improvviso la fiducia venne meno, non ci si poteva più guardare con la stessa sicurezza, e quel tessuto così compatto iniziò a lacerarsi».
Per Mirella il cambio arriva dal 1979, «un’ondata di restaurazione che ha dato un colpo di spugna alla spinta creativa e libertaria e rivoluzionaria del Movimento».
Per Tonino la fine è il convegno di Bologna del settembre ‘77 — paradossalmente lo stesso evento che per Giulia è un momento di pienezza. A Bologna, dice Tonino, si constata l’impossibilità di costruire in forma movimentista una risposta complessiva. Poi la repressione, le leggi speciali, le carceri speciali, il militarismo delle BR. Quel senso di innocente voglia di partecipare col sogno di cambiare totalmente la società si fa denso di disillusione.

Come ha cambiato la tua vita? Cosa ti è rimasto?

«È difficile dirlo, perché non c’è la controprova», dice Nicola. Gli è rimasta la volontà di costruire catene di solidarietà, l’impegno, il desiderio di capire ciò che accade nel mondo e di provare a modificarlo.
Giulia la chiama «la meglio gioventù».
Mirella abita ancora i valori del movimento nella prassi quotidiana, ma non ha mai condiviso fino in fondo «gli aspetti estremi del movimentismo e dell’Autonomia operaia».
Tonino infine oggi fa una cosa precisa: custodisce e divulga la memoria. L’Archivio Storico Benedetto Petrone — che porta il nome di un giovane militante ucciso a Bari — raccoglie fondi, documenti, giornali, storie di quella stagione.

Perché la storia del Movimento meridionale è ancora tutta da raccontare. È rimasta in soffitta ma splende.

Bibliografia
Per approfondire: Nanni Balestrini e Primo Moroni, L’orda d’oro 1968-1977 (Feltrinelli, 1997); Franco Berardi (Bifo) e Veronica Bridi (a cura di), 1977. L’anno in cui il futuro cominciò (Fandango Libri, 2002); Marco Grispigni, 1977 (manifestolibri, 2006); Antonio Bove e Francesco Antonio Festa, Gli autonomi. L’autonomia operaia meridionale — vol. 10, vol. 11 (Napoli e la Campania), vol. 12 (Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia) (DeriveApprodi, 2022). Per la questione dei movimenti al Sud e del legame stretto tra la Puglia e i principali centri della scena, proseguendo oltre il 1977, consiglio anche Valerio Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale (Maverick, 2025)

Movimento Femminista e Operaio tra il 1977 e il 1978 a Brindisi (fonte: Archivio Storico Benedetto Petrone)

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