Nel cuore de La storia infinita esiste uno spazio che sfugge alla semplice funzione narrativa e si impone come soglia simbolica: la soffitta della scuola. È qui che Bastian Balthazar Bux si sottrae al mondo, ritagliandosi un’intercapedine tra realtà e immaginazione. Non un rifugio qualsiasi, ma un luogo sospeso, quasi iniziatico, dove il tempo rallenta e la percezione si altera.
Quella soffitta non accoglie soltanto un ragazzo in fuga: trattiene oggetti dimenticati, polvere, residui di vite precedenti. Funziona come un archivio del rimosso, uno spazio in cui ciò che è stato scartato continua a esercitare una forza silenziosa. In questo contesto, il libro La storia infinita non appare come un semplice oggetto, ma come un dispositivo di evocazione.
La lettura non è evasione, bensì attraversamento:
Bastian non immagina Fantàsia, la attiva.
La soffitta diventa così una macchina liminale. Non è dentro né fuori, non è passato né presente. È una zona di interferenza, dove il reale si lascia contaminare dal possibile. La sua dimensione raccolta, quasi claustrofobica, amplifica la concentrazione: meno spazio fisico, più densità simbolica. In questo senso, la stanza agisce come una camera di risonanza dell’immaginario.
Un meccanismo sorprendentemente affine si ritrova nel lavoro di The Caretaker, in particolare nell’album Everywhere at the End of Time. Qui la soffitta non è visibile, ma si manifesta come ambiente sonoro. I vinili rallentati, deformati, consumati dal tempo, costruiscono uno spazio acustico che sembra provenire da un altrove polveroso, remoto, quasi inaccessibile.
Se la soffitta di Bastian è il luogo in cui l’immaginazione prende forma, quella evocata da The Caretaker è il luogo in cui la memoria si disgrega.
Tuttavia, entrambe condividono una stessa struttura: isolamento, sospensione temporale, ripetizione.
Nei loop musicali che si sfaldano progressivamente, si avverte la stessa qualità dell’aria ferma di una stanza chiusa da anni. Ogni crepitio è una traccia, ogni distorsione una presenza che non riesce più a definirsi.
La soffitta, in questa lettura, assume una dimensione archetipica. Non è soltanto uno spazio architettonico, ma una condizione mentale: un luogo dove si accumulano fantasmi. Non necessariamente entità spettrali, ma resti di esperienze, immagini incomplete, ricordi che persistono in forma alterata.
In La storia infinita questi fantasmi alimentano la creazione; in Everywhere
at the End of Time ne testimoniano
la dissoluzione.
Il parallelismo si stringe proprio su questa linea sottile tra generazione e perdita. La soffitta permette a Bastian
di accedere a Fantàsia, ma lo espone
anche al rischio di smarrirsi in essa. Allo stesso modo, l’ascolto di The Caretaker invita a entrare in un paesaggio sonoro familiare, salvo poi svuotarlo progressivamente di significato. In entrambi i casi, il passaggio attraverso questo spazio comporta una trasformazione.
Una stanza chiusa, un libro consumato, un disco che gira a una velocità sbagliata: elementi minimi che aprono varchi profondi. In quel varco si deposita qualcosa di ambiguo, sospeso tra presenza e assenza.
La soffitta diventa allora il luogo in cui il tempo non scompare, ma si stratifica, lasciando emergere — tra polvere e suono — una geografia di fantasmi che continuano a interrogare chi osa entrarvi.
