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A pensarci bene la soffitta è un coitus interruptus. Una stanza
che non ce l’ha fatta. Una superfetazione – per rubare un termine caro
al mondo architettonico – per dare un senso ai nostri eccessi,
ai nostri segreti, alle nostre vite passate.

Sub (sotto) e fīgere (fissare, appendere) dunque, uno spazio sospeso tra l’alcova e il cielo, da lì verso l’iperuranio, dove tutto è perfetto, astratto, almeno così sostiene Platone.
E allora potremmo pensare che la soffitta sia una terra di mezzo, senza scomodare Tolkien. Un luogo dove si librano i pensieri che attraversando questo purgatorio potrebbero raggiunge davvero l’urano. Solo cazzate.
La soffitta, un tempo custode di ricordi familiari, ha ceduto il passo alla più bieca risemantizzazione. Oggi quel luogo angusto destinato ai feticisti della paccottigila, ritrova lustro in nomi come mansarda o – peggio mi sento – loft per dare dignità a luoghi che fino a poco tempo fa erano la dimora dei Raskol’nikov contemporanei: incel dal grilletto facile, dalla San Pietrburgo di Dostoevskij alle peggiori suburbie americane. Noi italiani, che siamo capaci di rendere accogliente perfino la tana di vecchi boomer dalla dubbia igiene, riusciamo con un tocco di interior design a piazzare mansarde ai giovani arrivati a Milano alla modica cifra di 1100€ al mese.
Splendide travi a vista,
magnifici lucernai pronti
ad accogliere occhi indiscreti dei piani alti traboccanti di voyeurismo, arredi di nota marca svedese e tavolino
acquistato dal rigattiere
in fondo alla strada.

Ma potrebbe andarti peggio: potresti vivere in una turbo-capsula-mansarda al centro di Hong Kong dove il lezzo proveniente dal pesce marcito nel wok, combinato all’afrore delle tue ascelle, potrebbe renderti l’esperienza indimenticabile.
Se Max Weber decidesse oggi di riscrivere il suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo in salsa architettonica, dedicherebbe sicuramente un capitolo all’amore dei popoli nordici per le soffitte.
Quello che da noi resta un posto da sfigati, a quelle latitudini diventa un ambiente cosy: i lucernai lasciano spazio a eleganti abbaini dove poter comodamente leggere questa rivista e farsi beffa dei popoli mediterranei. Puro amore per i sottotetti? Non credo. Semplice espediente per recuperare ogni spazio disponibile di un tetto nato spiovente a causa delle intemperie. Weber ringrazia.

E poi c’è il Sud dove la soffitta semplicemente non esiste. Gente di mare senza neanche un turbamento, così leggera che i pensieri non hanno bisogno di attraversare alcun impedimento architettonico. Chiudete tutto, ci vediamo in spiaggia.

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