Con un movimento del piede sotto le coperte riprese:
Da qualche tempo ho un sogno ricorrente: mi vedo mentre salgo nella soffitta di casa dei nonni, “il granaio” come lo chiamavamo. La porta è già aperta dopo l’ultima rampa di scale. Lo ricordo con precisione, nonostante non vi metta piede da anni. Appena entrato trovo due stanze ai lati, buie e ingombre di ciarpame, ancora più sfumate in quella tonalità seppia dei sogni.
Non so perché mi trovi lì, forse per cercare un nascondiglio in un gioco da bambini o come prova di coraggio, ma non mi soffermo dopo il primo passo. Procedo fino alla stanza più spaziosa: è un sottotetto molto alto illuminato da raggi opachi che cadono dal lucernario. Qui mia nonna di
solito stendeva le lenzuola ad asciugare nelle giornate piovose.
Attutiti da quei tendaggi provvisori, i rumori dall’esterno mi arrivano ancora più ovattati, distanti, mentre quell’immobilità dei teli stesi – sezioni biancastre dei muri di intonaco grigio
sembra stringersi attorno a
me, come vicoli ciechi in un
labirinto.
A quel punto una grande angoscia mi prende: di essere così nascosto al mondo che non mi possano più ritrovare, di venire dimenticato mentre resto lì nell’attesa insostenibile che qualcuno chiami il mio nome – e io sarei già pronto a scattare, a fuggire.
Invece stando così impalato percepisco una presenza muta, silenziosa ma minacciosa e sempre più vicina.
Si interruppe per un momento, con un sorriso imbarazzato.
In genere mi risveglio senza ricordare cosa succeda dopo, se uno spiraglio di salvezza o un finale truculento. Ma sto parlando troppo ed è ora che vada.
Rivestendosi,
È stata una bella serata, spero di incontrarti di nuovo.
