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Anzilotti è una figura difficile da dimenticare.
Pittore, incisore, artigiano, per anni ha lavorato
circondato da boa e pitoni nel suo studio.
Tra le sue opere più singolari c’è un libro d’artista, interamente scritto, illustrato e rilegato a mano,
nel Natale del 1976: La Soffitta.

Illustrato da nove incisioni e stampato in serigrafia, il volume raccoglie ricordi, impressioni e incontri della giovinezza. Anzilotti vi annota gli anni di stenti, i personaggi che popolavano la vecchia Reggio Emilia. Traspare soprattutto il mondo osservato dalla soffitta: il luogo che più di ogni altro ha segnato la sua formazione.

L’incontro con la pittura risale all’infanzia. Nel 1952, a dieci anni, dopo la scuola, al pomeriggio, eri garzone in una libreria. Fu il proprietario, il signor Ermanno, a intuire per primo il tuo talento. Che cosa ricordi di lui?

«Mi spronò dandomi da copiare delle cartoline di opere d’arte. Questa fu la mia scuola. In fondo non aveva sbagliato. Ero forse pittore.»

Come furono i primi anni trascorsi a Reggio Emilia?

«Mio padre era di Brindisi, mia madre invece di Reggio, misero su famiglia e dovettero tornare al Nord. Allora un prete ci trovò una soffitta dove abitare, in via Emilio Borghi. Oggi non lo si ricorda più, ma era il centro dei bassifondi di Reggio. La via delle prostitute e dei ladri. Adesso c’è una piazzetta, chiamata Piazza del Popolo Giusto. Perché quando rubavano, dividevano con tutti. Erano un po’ Robin Hood: rubavano e dividevano. Però erano ladri lo stesso.»
Racconti quel mondo senza giudicarlo. Anzi, sembri quasi ricordarlo con affetto.

«Conobbi da bambino una ragazza venuta dal Meridione per un uomo che le aveva promesso mari e monti, ma l’abbandonò e finì a fare la vita, proprio come nei film. Con mia mamma parlava molto e io le facevo compagnia. Ho passato un’infanzia fantastica e terribile allo stesso tempo, ma è servito tutto: mi ha fatto diventare quello che sono. Ringrazio per come sono andate le cose. Augurerei anche al mio migliore amico la mia infanzia, è stata una grande scuola.»
Nelle tue parole la soffitta diventa un luogo incantato…

«Ho scritto di ciò che gli altri avrebbero considerato una disgrazia: pioveva dentro, perché c’erano solo le tegole con le travette. Però quando c’era il sole si vedevano i raggi entrare: sembravano capelli d’oro. Cioè, ci sono delle cose fantastiche, caro mio.»

Nel Natale del 1976 quei ricordi diventano un libro.
«Esatto, il mio primo libro. Analfabeta come sono, con la quinta elementare.»

Rifiutasti perfino di frequentare l’Istituto d’Arte. Perché?

«Quando a Bologna mi chiamarono per frequentare, dai discorsi che sentii capii che ti condizionavano già dicendo l’informale, l’astratto. Ma io faccio quello che sento e ho bisogno di fare. Sono e sarò sempre autodidatta»
Negli anni tornerai a lavorare in un’altra soffitta-studio, in via Guasco 9. Pare che solo in soffitta ti sia possibile creare. Come mai?

«Sognavo l’isola della felicità, che non esiste, la si può solo costruire intorno a noi. Io l’ho costruita nelle mie soffitte, e nelle mie opere come questa. In questo libro non c’è solo la soffitta. C’è la vita.»

Foto in bianco e nero di Anzillotti: l'interno di una soffitta abitata, con un tavolo, sedie e oggetti appesi alle travi.

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