Sono a tavola. Stanno pranzando. No. Perdonate, non è esatto. Sono a tavola, vero, e potrebbe sembrare che stiano pranzando: le stoviglie disposte, i tovaglioli sulle gambe, le mezze penne rigate che spirano un modesto sbuffo di vapore. Dire che stiano pranzando sarebbe quindi, se non una descrizione accurata, sicuramente un’ipotesi attendibile.
Ma la scena, altrimenti quotidiana, anche un po’ banale e stanca, è inverosimile. Guardate bene lo sbuffo di vapore che sale, che inumidisce e profuma l’aria di amido e pomodoro. E poi guardate loro.
Le labbra di lui, strette e morbide, gli occhi scuri che sono stati belli, il naso quasi perfettamente dritto, i capelli folti.
Le labbra di lei, tese e sottili, gli occhi chiari che sono stati belli, il naso appena un po’ lungo, i capelli corti.
Il vapore che sale. E loro.
Siamo qui ormai da qualche secondo, io già da prima a essere onesti, e, fatta eccezione per il vapore che, come sappiamo, sale, tutto è fermo.
Presto anche il vapore,
già appunto modesto, si esaurirà, e a muoversi rimarrà solo la polvere leggera, che non vediamo neppure, ma che silenziosa scende e incanutisce le stoviglie, i tovaglioli, i capelli folti di lui,
i capelli corti di lei.
Tutto intorno, l’appartamento, piccolino, è pulito e in ordine.
La lavatrice, nell’antibagno, ha finito da un po’ di girare e si è spenta, con i suoi intestini di panni ora puliti, presto maleodoranti e poi muffi, marci.
Eppure non sono passate neanche due ore da che lei scolava la pasta, la condiva con il sugo di pomodoro, niente aglio o peperoncino – fanno male allo stomaco –, un po’ di basilico essiccato.
Da che lui caricava la
lavatrice – solo la biancheria chiara – e selezionava
il programma dal display
su cui delle piccole bolle opache denunciano la presenza
di una pellicola protettiva mai rimossa.
La mattinata è stata faticosa per loro, su e giù per le scale.
Tutti quegli scatoloni, il lavoro di una vita.
Togliere il superfluo, riporlo in soffitta. Il cappotto che lui aveva comprato con un leggero fremito quasi di gioia, quasi di paura, spendendo una cifra insensata, e che una volta a casa, allo specchio, gli era sembrato chiassosamente elegante, meraviglioso, e quindi forse inadatto? esagerato? L’aveva sfilato con un certo imbarazzo ma poi ripiegato con cura, con il desiderio palpitante e goffo, ora sgualcito, di abbinarci un giorno uno sguardo convinto. Quella carta che avevano collezionato, impilata e rilegata, minacciosa con tutte quelle lettere che formavano parole che formavano frasi che formavano capitoli e quindi romanzi, romanzi che rischiavano di non fare in tempo a leggere, perché se ti fai bene i calcoli non puoi farcela. Il cappello a tesa media che lei aveva comprato con un sottile tremore forse di emozione, forse di timore, spendendo una cifra irragionevole, e che poi per strada aveva attirato sguardi affascinati, o erano forse incuriositi? E lei aveva iniziato a toccarlo, a ricalzarlo, rincorrendo i riflessi nei vetri dei negozi, prima dritto, poi spiovente per poi toglierlo, decisa a riprovare, ma ora meglio ripettinare i capelli elettrici con le dita, non pensarci più.
Tutto negli scatoloni, e su per le scale.
Un modesto sbuffo di vapore sale. Potrebbero ancora muoversi. I muscoli degli occhi scuri, e belli, di lui, e quelli degli occhi chiari, e belli, di lei. Guardarsi.
Potrebbero ancora muoversi, scostare la scodella con le mezze penne rigate, ormai immangiabili, e alzarsi, rianimati andare verso le scale, un gradino e poi l’altro fino su in cima.
Sarebbe una bella storia.
Ma chi sono io per dirvi se questa è una bella storia.
