L’accesso alla mia soffitta è nella stanza degli ospiti nella mia casa d’origine.
Guardi in alto, prendi un bastone, apri una botola e tiri giù la scala a molla. Più sali e più la scala si allunga.
Da quando abbiamo restaurato il tetto la mia soffitta è diventata un semplice magazzino in cui non amo salire perchè rischio ogni volta una frattura cranica per il tetto basso.
Però per me è bella, affascinante anche se non proprio pulita.
In un posto dove prende vita l’immaginazione da piccoli io e i miei cugini ci avevamo
attrezzato una palestra.
Attualmente ci sono oggetti di tutto il clan familiare ammassati con una logica misteriosa: cose che servono ma non tutto l’anno, cose che sono servite (in casi eccezionali possono tornare utili) e cose che non serviranno più ma non vuoi buttare.
Ad esempio, valigie, cappotti, carrozzine per neonati, oggetti per l’infazia, accessori legati alla degenza, tende e lampade per il campeggio, quaderni e libri scolastici.
Anche io nel tempo ho conservato un progetto legato alla mia formazione . Un capo presentato venti anni fa alla mia tesi di laurea che già ai tempi rappresentava un accessorio démodé e rustico.
Realizzato con stoffe di vecchi abiti, i colori che sfumano dall’artificiale al naturale, le perle come le esperienze del nostro vissuto.
L’ho rimodellato così è ancora attuale e più pratico.
La soffitta è vicina al cielo e puoi origliare il riposo degli uccelli.
