Protectionem voco per maledettissimam soffittam, porco cane, tocco ferrum, cappellam sbigolinam, vaffanculum!»
«Si può sapere che ti prende? Da quando preghi, e per di più in latino?»
«Lancio scongiuri: non volevo venire quassù. Non mi piacciono le soffitte, troppo buie e fetide»
«L’odore arriverà da qualche topo morto. Riguardo alla luce, ti sei ostinato a salire proprio oggi che è stata tolta la corrente per manutenzione straordinaria. Perché hai ignorato l’avviso nell’androne del palazzo?»
«Non ce la fai proprio a stare zitta, vero?»
«E poi: di chi è questa soffitta in cui ci siamo intrufolati? Tu non ce l’hai e nemmeno i tuoi»
«Che importa a chi appartiene questo cesso, tanto ci staremo poco»
«Sei teso come una corda di violino, tesoro. Se dovevi ridurti così, potevamo restare a casa. A proposito, perché siamo qui? Non me lo ricordo»
«Te l’ho già spiegato: devo scrivere un pezzo sulla soffitta per un mio amico»
«E perché proprio la soffitta?»
«Non lo so, scelte redazionali. Meglio non immischiarsi»
«Hai qualche idea per il pezzo?»
«Non riesco a pensare se continui a incalzarmi con quella voce da checca-so-tutto-io-e-non-me-ne-sto-zitta-finché-qualcuno-non-mi-riempie-la-bocca-grazie-prego-arrivederci!»
«Scusa, mi sono distratta: stai parlando di te, vero? Andiamo oltre questo sproloquio offensivo. Perché ti senti così a disagio?»
«Non ho la tempra giusta per stare in soffitta»
«Adesso ci vuole pure la tempra da soffitta?»
«Sai a cosa mi riferisco: le soffitte mi suscitano un insostenibile senso di solitudine»
«Qualche giorno fa abbiamo letto in un libro che la solitudine ci mette in mezzo alle cose che non vorremmo ricordare. Che ne pensi?»
«Oggi mi fai tu da psicologo?»
«Sii serio»
«Odio la solitudine perché ha il sapore delle estati trascorse isolato da tutti, solo a casa, a immaginare nella mia testa le avventure e le compagnie che non potevo avere. Io, una scatola abbandonata in una soffitta buia a prendere polvere»
«Ed è per questo che ultimamente a volte non riesci a reggere il peso del dolore che sta affrontando il tuo ragazzo, vero? Perché è come se tu non venissi più visto e qualcuno ti confinasse in soffitta contro la tua volontà»
«Hai deciso di vendicarti per quello che ti ho detto prima?»
«Mi sta a cuore che tu conosca te stesso e faccia pace con i tuoi fantasmi per vivere bene in questa vita. A proposito del tuo ragazzo: come sta?»
«In un certo senso è come se avesse deciso di trasferirsi in una soffitta, ma nella sua ci sono tante scatole zeppe di ricordi, e quando ci pensa il passato fa sbiadire il presente e cancella il futuro»
«Capisco. Entrambi state
facendo il massimo per
affrontare le vostre soffitte e quello che c’è dentro»
«Non mi serve un terapeuta: ci sei già tu»
«Io parlo in qualità di tua coscienza. La mia consapevolezza è già in te. Questo
dialogo è solo una scissione per fini narrativi, un espediente per catturare l’attenzione dei nostri lettori.
Oh, guarda: è tornata la luce. Il tanfo arrivava proprio
da quel topo laggiù. Quindi?
Hai trovato l’ispirazione
per il tuo pezzo?»
«Oltre al nostro dialogo,
dici? Penso che alla fine scriverò qualche stronzata pseudoletteraria su artisti bohémien che vivono in soffitta, anzi magari proprio
un pezzo sulla Bohème:
il poeta Rodolfo, Marcello
il pittore, i cieli bigi di
Parigi, il Mar Rosso che
ammollisce, mani gelide,
colori a olio, tele, pennelli, pennelloni, biru-biru,
pucci-pucci, Puccinino»
«La parte del cretino ti
riesce proprio bene, sai?»
«Mi fa piacere che ogni tanto anche tu ti sbottoni un po’. Requiescimus in pace, amen»
