Non ho mai avuto una soffitta.
Non ho mai avuto una cantina dove lasciare le cose a prendere polvere.

Ho sempre avuto la strada.

Ho un’ossessione per gli oggetti lasciati fuori: sedie rotte, materassi, televisori, valigie, sacchi, giocattoli spaiati. Li vedo e non riesco a considerarli semplicemente rifiuti. Per qualcuno sono diventati nulla. Nel momento in cui vengono lasciati sul marciapiede smettono di appartenere. Perdono nome, funzione, identità.

Ma è proprio lì che qualcosa cambia.

Quello che è stato scartato può diventare qualcos’altro per qualcun altro.
Un oggetto abbandonato non è solo la fine di una storia: è l’inizio possibile di un’altra.

La strada funziona come una cantina collettiva.
Non è chiusa, non è privata, non è ordinata. È un deposito temporaneo di vite che si spostano, di case che si svuotano, di generazioni che lasciano spazio ad altre.

La cantina di famiglia conserva, tramanda, passa di mano in mano.
La strada fa lo stesso, ma senza protezione. Senza affetto dichiarato. Senza etichette.

A volte questi oggetti non vengono nemmeno ripresi. Restano lì abbastanza a lungo da diventare parte del paesaggio. Si integrano nei muri, negli angoli, nei marciapiedi. Smettono di essere un evento e diventano sfondo. Presenze silenziose che nessuno guarda più.

Fotografarli è un gesto istintivo.
Non li salvo. Non li ripulisco. Li guardo nel momento in cui stanno tra la fine e la possibilità.

Sono resti, ma sono anche passaggi.
E forse la mia soffitta è sempre stata questa: uno spazio aperto dove ciò che non serve più a qualcuno può ancora significare qualcosa per qualcun altro.

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