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Il rumore delle grosse ruote d’acciaio che colpivano regolarmente gli angusti spazi tra le rotaie riusciva sempre a rilassarmi nei lunghi viaggi. Ormai erano le sedici passate e le due ore di viaggio verso la campagna erano quasi giunte al termine. Scendere dal treno, calpestare la linea gialla sbiadita e leggere il nome della città su sfondo blu mi riportava ai tempi del liceo. Una nostalgia improvvisa mi avvolse, ignara che quel giorno sarebbe diventato una delle esperienze più assurde della mia vita. Dopo un breve tragitto in taxi, arrivai a una modesta cascina ai piedi di una collina spoglia. Il giardino era un po’ trasandato, con pile di legna lungo le mura, grandi archi di pietra e edera che sembrava inghiottire l’edificio. Nonna era proprio come la ricordavo: bassa, leggermente gobba, avvolta in uno scialle di lana meticolosamente arrotolato lungo le spalle, capelli corti argentati e enormi occhiali che nascondevano il novantanove percento delle sue espressioni. Dopo i consueti convenevoli, un tour nostalgico della casa e una cena di quattro portate, fu il momento di riposare. La giornata era stata lunga, sia fisicamente che mentalmente, ma un’ultima «fatica» mi attendeva: la soffitta. Ora, avevo sempre pensato che quella stanza non appartenesse davvero alla casa, perché l’unico modo per entrarvi era dalla scala esterna in legno. Non ricordo precisamente quante volte ci sono stata. Anzi, fino a quella sera, non ci avevo mai dato troppa importanza. Ma effettivamente era sempre stata lì, sopra la mia testa. Al momento della mia nascita, durante le favole della buonanotte, mentre piangevo amori adolescenziali non corrisposti e persino qualche minuto prima di andarmene di casa. Ma nonna voleva che recuperassi il mio vecchio triciclo. Presi quindi il telefono, corsi verso l’ingresso, afferrai il cappotto e mi avviai verso la soffitta. La luce di cortesia sul retro mancava da tempo, ma quella sera notai quanto fosse buio e silenzioso quel lato della casa. Salendo la lunga scala, arrivai a una piccola porta di legno che cigolò aprendosi lentamente, come in un film horror di serie Z.
Dentro regnava un silenzio innaturale. La torcia illuminò una nuvola di polvere che cadeva come neve. Premetti l’interruttore: una lampadina a incandescenza si accese al centro della trave, rivelando una mini‑metropoli di grattacieli ricurvi, stretti vicoli e una curiosa torre dell’orologio al centro. Un rintocco assordante spezzò il silenzio. Improvvisamente, una corrente violenta attraversò il porticino, facendo oscillare la lampadina. In pochi secondi la «città» si trasformò in un incubo: ombre lunghe come dita affilate si aggiravano, i grattacieli si curvavano con inquietudine, le strade si riempivano di ombre fugaci e le lancette della torre giravano furiosamente.

Un’ondata di ansia e terrore mi travolse. Indietreggiai, cercando l’uscita, ma il piede toccò qualcosa che si allontanò velocemente. Il soffitto della soffitta. Blackout totale. Potevano essere passate ore come giorni, ma quando riaprii gli occhi, il soffitto era ancora lì.

La luce dell’alba illuminava le intricate venature del legno. Il caos era svanito. La «metropoli» era tornata a semplici scatoloni impilati, i vicoli a corridoi tra oggetti, e la torre dell’orologio a un vecchio pendolo familiare, malfunzionante ma intatto. Mi rialzai, notando sul davanzale della porta il colpevole della mia caduta: il vecchio triciclo. Una piccola risata mi attraversò il volto: il sole dopo la tempesta. È sorprendente come quel luogo cambi dal giorno alla notte.

Foto in bianco e nero: una persona rannicchiata in una nicchia stretta tra le pareti di una soffitta.

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