Sono mesi ormai che mi sono trasferito nella vecchia casa dei miei genitori. Il tempo, in questo luogo, sembra non esser mai passato. Esiste l’eternità? O è tutto fugace? Soliti pipponi filosofici, alla fine a me che cambia? Nulla. Ogni cosa è al suo posto, compie perfettamente il ruolo che gli è stato affidato. Gli oggetti sono ottimi attori, dovremmo prendere spunto dalla loro serietà. Vabbè, dove eravamo rimasti? Dopo la morte di mia madre e di mio padre ho deciso di tornare a vivere in questo cimitero di ricordi e di sacre reliquie, ovvero, la casa dove sono cresciuto: una piccola e sgangherata villetta situata nella campagna veneta, dove l’anima si può nascondere nella nebbia che qui caratterizza ogni orizzonte invernale. Non vi sono né colline, né boschi, è proprio quella caratteristica pianura, ove l’aria che si respira sa di vacca e condensa, e il cui mutare non muta mai. È sempre lei.
Non so nemmeno io come mai abbia deciso di tornare qui, forse perché non avevo altro posto in cui andare, o dove scappare. La mia casa (o la loro casa? O la nostra? Chi ha il diritto di proprietà?) è molto semplice. Al piano terra, una volta entrati dal giardino ormai incolto, c’è un ampio ingresso color mattone, un salotto con divani gialli e tende azzurre che coprono un’ampia portafinestra e la grande cucina anni Settanta. Al piano di sopra c’è la camera dei miei genitori: carta da parati a fiori rosa e moquette bordeaux. La mamma la voleva così, pomposa e pelosa; il papà non ha mai obiettato. Ripensandoci, nessuno ha mai saputo cosa pensasse lui. La mia stanza, di un blu profondo, come se desiderasse essa stessa entrare nell’oscurità di un abisso obliante, era sul lato est della casa. Ogni cosa era blu: il letto, la scrivania, la sedia e le lenzuola. Oltre alle camere da letto c’erano un piccolo studio e due graziosi bagni. Tutto era infantile e meschino in quella casa, in particolare modo i miei genitori (o forse io?), che schifo. Me ne stavo seduto sulla sedia dello studio, guardavo fuori dalla finestra e pensavo. Ho passato la mia vita a spostarmi, come se dovessi fuggire sempre da qualcuno: prima a Bologna, poi a Barcellona e poi a Berlino: ogni luogo era transitorio, pensavo sempre che potesse essere la svolta definitiva, ma non lo era mai. Ho vissuto una vita misera, senza ricordi e priva di veri legami. Rifiutavo con sdegno qualsiasi possibilità di avvicinare qualcuno, il mio unico desiderio era quello di nascondermi e isolarmi in soffitta, come facevo da bambino. Ah, la soffitta! Un luogo unico e raro nella sua semplice utilità. Una sorta di magazzino dove poter buttare i propri pensieri e le proprie paure. Durante quel periodo di fuga dalla morte, in cui il mio inseguitore mi perseguitava come se fosse la mia stessa ombra (era sempre così vicino!) sapevo che i miei genitori avevano bisogno di me, ma non me ne è mai fregato nulla, ero sempre occupato a cercare di dimenticarmi. Non li chiamavo mai e ora sono qui, come un parassita, a occupare la loro casa. Durante il trasloco tutti gli scatoloni che racchiudono ogni cosa della mia vita passata, dall’abbandono del luogo natale al suo fatidico ritorno, sono stati messi in soffitta, non so bene da chi, potrei anche averlo fatto io, ma non ho ricordi. L’unico oggetto che so con certezza essere da qualche parte lassù, tra ragnatele, polvere e prove di delitti mai compiuti, è il mio orologio. Forse anche questo non lo si potrebbe considerare propriamente mio, penso di averlo preso a mio padre quando ero ancora bambino.
È l’unica cosa che non ho venduto al Compro Oro.
Quindi, da qualche parte lassù, deve esserci. Mi dirigo verso la scala a chiocciola che porta alla botola della soffitta. Sono così tanti anni che non salgo lassù. I gradini cigolano ancora, nello stesso identico modo, mi vengono i brividi, devono esserci delle correnti d’aria.

Entro, la luce, che passa flebile da una piccola finestrella in alto a sinistra, non permette di riconoscere con distinzione ogni cosa che giace inerme al suolo. Faccio fatica a respirare, dev’essere a causa della polvere, l’aria è talmente densa che posso sentirne il sapore. Quanti ricordi in questi scatoloni, almeno trentacinque anni di vita. Tossisco, mi bruciano gli occhi tanto che cominciano a lacrimarmi. Penso di non aver mai pianto in vita mia. Cosa cercavo? Ah sì, il mio orologio. C’è qualcosa, o qualcuno, che mi osserva, ne sento il respiro sul collo.
Ma è impossibile, non c’è nessuno quassù. A tentoni provo ad avanzare nella soffitta, trovo i primi scatoloni, li apro, sono vuoti, che strano. Mi continuo a fermare, faccio sempre più fatica a orientarmi, mi gira anche un po’ la testa. Forse perché sono qua, in questa caverna che assomiglia a una tombadi un defunto dimenticato, ormai da un po’ di tempo. Continuo ad aprire scatoloni ma niente, sono tutti vuoti. Mmm, ma cosa stavo cercando, non ricordo più. La presenza che avevo sentito in precedenza si fa sempre più pesante e insistente, mi tira verso di sé, mi giro, ma non c’è nessuno. Dev’essere colpa della mancanza d’aria, comincio anche ad avere delle allucinazioni. Niente. Non mi ricordo perché sono qui. Di chi sono questi scatoloni? Boh, visto che sono qua vediamo cosa c’è dentro.

Ah, finalmente! Una corda, proprio l’oggetto che stavo cercando! È già arrotolata,
e con che maestria, un cappio perfetto! Dev’essere stata l’ombra che mi fa compagnia, l’ha preparata per me. D’altronde in questa casa ogni oggetto compie perfettamente il ruolo che gli è stato affidato, e io non posso essere da meno.

Novembre 1990

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