Fu la seconda notte, la prima che passai in bianco. Giovedì ero arrivato tardi, stremato per il viaggio e con tutta la spossatezza emotiva a darmi coliche nel cranio e i soliti non detti nel bagaglio a mano. Crollai di sasso. Per l’ultima volta. Non mi ero disabituato al letto dove avevo dormito per diciannove anni, sul quale ritornavo a singhiozzo,
le feste comandate e d’estate.
Il fatto è che venerdì sono iniziati i rumori in soffitta e da allora non ho più chiuso occhio: lo strappo del nastro d’imballaggio sul cartone – sfraaaash –, qualcosa estratto da una pila che fa piombare giù il peso a mo’ di ghigliottina, il fruscio di chi cerca un unico oggetto fra una serie infinita di oggetti uguali, le assi che scricchiolano.
E il tonfo della polvere che si solleva e ricade un minuto dopo, un suono lieve che è anche un odore.
L’inghippo della realtà è che non c’era soffitta: il primo piano della palazzina B dei miei prevedeva, sopra la mia testa, l’appartamento dei Pisano, condomini discretissimi. Sopra ancora i Rosa. Infine la terrazza senza chiave sulla quale andavano a morire i piccioni.
Tra le visite in ospedale e i messaggi di Leo, la sera mi tuffavo sotto le coperte col corpo che implorava riposo. Ma messa la faccia umida di pianto dentro il cuscino, quel tramestio riprendeva. Martedì mattina lo specchio mi rimandò indietro due occhi cerchiati di grigioverde.
Dovevo venirne a capo.
La prima cosa che stipai in cameretta fu la collezione di Topolino. Impilati gli uni sugli altri, quelli datati alla mia infanzia e gli altri, che papà comprava a chilo al robivecchi. Li sfogliai. Misi in ordine i loro dorsi gialli. Paperoga restava il mio preferito. Poi fu il turno degli album di foto, dei puzzle mai finiti, della pianola dalla quale sapevo tirare fuori solo Sul bel Danubio blu a una mano, della Yashica FX-3. I quaderni delle elementari, con le colonne di b in stampatello e le divisioni, li misi sotto la scrivania, a farmi da rialzo ai piedi. La polvere mi si infeltriva sui pantaloni della tuta e infestava l’aria in corridoio. Mio fratello si limitò a guardarmi di traverso, ché non avevamo tempo né testa per bisticciare.
Più le cose che tiravo
fuori erano state dimenticate, più riuscivo quantomeno ad appisolarmi. Ancora meglio se le cose erano state buttate.
O espressamente nascoste.
Il poster coi 156 pokemon e il diario di terza liceo mi diedero sollievo. Mi filmai i piedi con la Sony DSR-500WS prima di fare un sogno strambo. Misi sotto il materasso i bidoncini Kinder e le figurine dei digimon; anche se mi puntavano dritto sulle reni mi pareva di stare più comodo. Poggiai un vecchio mappamondo sull’armadio issandomi dalla vecchia TV, poi spaccai lo schermo e ci misi dentro le statuine del presepe.
Leo mi mandò un pacco da casa nostra, oltreconfine. Dentro c’erano gli scatti che ci eravamo fatti cinque anni prima, a un photomaton di Berlino, e una tazza scheggiata con sopra do you want to be my Valentine? Non abitavo altri luoghi se non la corsia d’ospedale e quella mia camera sempre più angusta e in penombra, dove mi toccava fare lo slalom fra i cartoni e schiacciare ragni con
i fazzoletti.
Due settimane dopo il mio arrivo, mi sbagliai e invece che su whatsapp mi ritrovai a scrivere macchinalmente l’operazione è andata bene sul word della bozza del romanzo; ora mi toccava trovare un espediente per includerlo nella narrazione. Dormivo meglio.
Una sera sentii chiaramente due palmi schioccare a doppia x in aria e poi strofinarsi sulle chiappe dei jeans.
E il sospiro di chi ha finito di mettere in ordine casa prima dell’arrivo degli ospiti.
