Sarà stato il vento che s’incanalava in quel buco in soffitta, ma certe volte, la mattina all’alba, sembrava di sentire una voce lontana come di contralto.
Da tempo sapevamo dell’esistenza del buco in soffitta, anche se non l’abbiamo mai trovato. Come non abbiamo più ritrovato la gatta.
A volte, la notte, quando il canto non ci consolava, avevamo la sensazione che quel fruscio fosse il suono del buco che man mano si andava allargando, fino a inghiottirci con tutto il letto. È per questo che avevamo voluto letti matrimoniali, così, pensavamo, ci sarebbe voluto più tempo; se non si può annullare il buco della soffitta, ci dicevamo, si può almeno guadagnare del tempo prima che c’inghiotta, per quanto è in nostro potere. Ah, se avessimo comprato una lettiera più grande per la gatta!
Le cose, ad ogni modo, continuavano a sparire. Doveva esserci una strana gravità che attraeva, non sapevamo verso cosa. Avevamo la mappa della soffitta completa di tutto, tranne che del buco. In pratica avevamo un buco nella mappa, in tutti i sensi. E continuavano a sparire cose che fino a un attimo prima erano lì con noi, senza una logica. Dalla libreria, dagli scaffali, persino dai cassetti chiusi a chiave.
Un anno particolarmente intenso sparì la nonna. E nel tempo, oggetti vari, un lavoro, molte canzoni, diversi amanti, una luna al mese, un’amica, anche. Stava diventando insostenibile.
Poi ci fu un periodo pieno, polposo come un frutto maturo, in cui non pensammo al buco in soffitta. Chissà quante cose ci finirono dentro senza che ce ne accorgessimo mentre le giornate ci rotolavano veloci.
…
Non sai che sensazione piacevole è sentirmi ora il tuo sguardo scorrermi addosso. Ecco, adesso è sull’occhio, sul naso, scorre da tempia a tempia, non fermarti ti prego, un attimo ancora.
Tempiaocchionasocchiotempia.
Non che sia più neppure sicura di avere una tempia o un occhio. Sono puro formicolio. Come quando mi svegliavo di notte, incinta, e al buio visualizzavo del mio corpo solo la gamba o le braccia fatte di formicolio, appunto, che non riuscivo a muovere per quanto tentassi. Mi sforzavo di ravvivare le mani per assicurarmi con un tocco di avere ancora la pancia bella tonda, succosa, intatta. E al buio, il cuore saltava un battito, preso dal panico, domandandosi: «Dov’è la pancia?!» come se potesse sparire, il pancione, in una notte di luna nuova.
Ecco ora tutto il mio corpo non è che un formicolio oscuro.
Continua, ti prego. Mi godo questo momento raro, come
se mi stessi accarezzando.
So che è un gesto inconsapevole da parte tua, non m’illudo.
Mi starai forse sfiorando con lo sguardo ma non puoi vedermi realmente. Non puoi vedermi da quando sono stata inghiottita anch’io.
Come se fossi finita
Non saprei dirti
Come fossi finita
Dentro
In loving memory
of a friend Marta Palazzo
