
Vi è mai accaduto di vivere un istante di déjà vu, dinanzi a un paesaggio, e sentire d’improvviso risvegliarsi ricordi sopiti?
Le sagome e le forme che scorgete, l’atmosfera e le emozioni
che provate, i più lievi dettagli che attraggono il vostro sguardo diventano il soffio capace di plasmare un tempo sospeso. La bellezza della natura muta, vibra, svanisce e fa ritorno; eppure, la vostra capacità di sentire — e di sentire ancora — resta immutata. È come se scopriste un oggetto inatteso in una soffitta, dove la luce e la polvere custodiscono ciò che a lungo ha atteso di essere ritrovato.
Siete tratti a catturare la fugace bellezza del creato, eppur avete compreso che tale istante non è che un incontro tra il mondo interiore e quello esteriore. Si proietta così un ponte che ricongiunge il passato al presente; la perfezione convive con l’imperfezione; ciò che è immobile e ciò che diviene si interrogano a vicenda. Come può un paesaggio conservare la propria vita entro i confini di un’opera d’arte? Come potete avvertire ciò che vi attraversa? La vostra ricerca non mira a sciogliere simili enigmi, bensì a lasciarli risuonare.
L’inchiostro, con la sua indole imprevedibile, si fa per voi tramite per afferrare un’impressione o uno slancio dell’anima. Accade nello spazio d’un respiro, eppure dura per sempre. Intrecciando frammenti di carta, tessuti e minute vestigia, ogni superficie crea le premesse affinché un paesaggio possa affiorare. Quando l’inchiostro si sposa alla materia, l’opera si svela nell’immediatezza del gesto, sorretta da un dialogo silenzioso tra movimento e quiete, visibile e invisibile, contrasto ed armonia.
In tal modo, ogni vostra creazione diviene uno spazio di placido ritorno. Ciò che un tempo vi appariva lontano o dimenticato affiora con grazia attraverso la materia e il movimento. Il paesaggio non è più soltanto un oggetto da contemplare: diviene qualcosa da riconoscere. E in quel sottile trapasso — tra il guardare e il ricordare — l’istante fuggiasco ritrova, infine, la propria presenza.
Have you ever experienced a déjà vu moment when you look
at a landscape and suddenly forgotten memories awaken?
The silhouettes and compositions we perceive, the atmosphere and emotions we feel, the smallest details that draw our attention become triggers that shape a suspended moment. Nature’s beauty shifts, vibrates, disappears, and returns, yet our capacity to feel and to feel again remains. It is like discovering something unexpected in a garret, where light and dust protect what has long been waiting to be found.
I am drawn to capture the fleeting beauty of nature, yet I have come to realize this moment as an encounter of outer and inner worlds. A bridge forms linking past and present; perfection and imperfection coexist; what is fixed and what is becoming are
questioned. How can a landscape remain alive within a work of art? How can we feel what passes through us? My practice does not seek to resolve these questions — it allows them to resonate.
Ink has its unpredictable character, becomes a way to grasp an impression or emotion. It happens in a breath, yet endures. By weaving fragments of paper, fabric, and some remnants, each surface creates its own conditions for a landscape to emerge. When ink intertwines with matter, the artwork reveals itself in the immediacy of gesture, carried by a silent dialogue between movement and stillness, see and unseen, opposition and harmony.
In this way, each piece becomes a space of quiet return. What once felt distant or forgotten surfaces gently through material and motion. The landscape is no longer only something we observe; it becomes something we recognize. In that subtle shift — between seeing and remembering — a fleeting moment finds its presence again.